Marco @marcol80
(image courtesy of https://t.co/mOXLrDG5Tw) Milano Joined September 2011-
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🇮🇹 Sulla sua pagina LinkeIN, @Confindustria scrive quanto sotto. Con rispetto, ma no. Il turismo è il settore nel quale i lavoratori guadagnano meno di ogni altro (dati ISTAT nel primo commento sotto). Il turismo non è affatto "un'importante leva di crescita per l'Italia"; anzi, sono i chiodi alla bara dell'industria. In tutto il mondo la competizione e la crescita si fanno sulle frontiere della tecnologia. In tutto il mondo, a parte che in Italia. E stupisce davvero che a scriverlo sia... confindustria. O forse no. In ogni caso, consiglio ildeclinoitaliano.it. lnkd.in/p/emnrQChD
1/ La riforma della scuola che vorrei Parto dal tempo a scuola: tempo pieno dal lunedì al venerdì, con istituti aperti fino alle 18 per lezioni, studio guidato, sport e laboratori. Il sabato niente lezioni obbligatorie, ma scuole aperte fino a pranzo per studio libero e attività
Leggi l'intervista di @laurascalfi su @ilriformista ilriformista.it/tutti-in-class…
🇪🇺 It's unfortunate to say, but these people seem to live in a world of their own, completely detached from reality. Europe started as a dream and has gradually turned into a kingdom of bureaucracy, populated by bureaucrats trapped inside a self referential bubble. It is astonishing that they want to celebrate €10 billion, which is peanuts compared to the US, while remaining obsessed with the idea that the state should be responsible for everything. Perhaps someone should remind them that they themselves are a significant part of the problem, and that any serious solution must also involve reforming and downsizing both European institutions and national and local bureaucracies.
AI is the most important technology of our time. Europe wants to become the first AI Continent. For advanced healthcare, for the transport sector and so much more. European AI Gigafactories will provide the necessary computing power to make this possible. Together with our
🇮🇹 Riguardo ai metodi di selezione e agli incentivi nella PA, prendiamo il caso #Superbonus110 e gli altri bonus edilizi. Fanno 237,4mld di Euro buttati via. Una follia. Quanti hanno pagato per lo scandalo di finanza pubblica più grande di sempre? Risposta: nessuno, zero. Solo il ragioniere generale ha lasciato per poi essere nominato presidente di Fincantieri (si dice con stipendio triplicato). La politica è la prima responsabile per quanto accaduto. Ma non è la sola.
Il problema è fattuale. Abbiamo fatto una moneta unica senza fare uno Stato federale. Così aziende che vendono nello stesso mercato si trovano a competere con costo del lavoro, tasse e contributi completamente diversi. Il risultato è semplice: tutti sono spinti ad abbassare il costo del lavoro. Chi può delocalizza, chi non può prova a recuperare margini comprimendo il costo della manodopera... In un sistema costruito così, lo sfruttamento e il caporalato non sono un incidente imprevedibile. Sono incentivi economici che il sistema stesso contribuisce a creare. E c'è un altro effetto: con margini sempre più bassi si investe sempre meno in ricerca e sviluppo. Se passi il tempo a rincorrere chi produce a costi inferiori, non investi in innovazione, investi nella sopravvivenza. E' anche per questo che l'Europa ha perso terreno in tanti settori strategici... unito a leggi demenziali.
Italy’s real crisis is productivity. Since 2000, Italian real GDP per capita has barely moved: from around €26,280 in 2000 to €29,390 in 2025. That is only +12% in 25 years — almost a quarter-century of stagnation. Once you look beyond GDP per capita and include inequality, housing costs, energy costs and the fact that essentials absorb a larger share of household budgets, for many Italians this is not “slow growth.” It is economic stagnation. The OECD says Italy’s labour productivity growth has lagged the euro-area average since the mid-1990s and stagnated after 2010 Real wages were still 7.5% below early-2021 levels at the beginning of 2025 — the worst performance among major OECD economies. Italy remains one of Europe’s great industrial economies: the second-largest manufacturing power in Europe and one of the most diversified production systems in the world. But low productivity, weak innovation, fragmented firms, slow capital allocation, bureaucracy, low female employment, brain drain and demographic decline are destroying its long-term growth model. Italy needs larger firms, deeper capital markets, faster courts, lower bureaucracy, more competition, better universities, more skilled immigration, higher female labour participation and massive investment in technology, energy, infrastructure and industrial scale. Without productivity, there is no prosperity.
Gli smartphone stanno facendo crollare le nascite? Uhm, NI... Ma prima va detta una cosa: questo è uno dei grafici più discussi a livello internazionale su questo social e altrove, in questi giorni. Rappresenta il declino demografico di varie 1/8 Fonte: Financial Times
Italy economy was not destroyed by the euro. Before the euro, Italy could hide weak competitiveness through repeated lira devaluations. Since the 1980s, Italy has gradually fallen behind its main European peers in productivity growth. The IMF describes Italy as having suffered from sluggish productivity growth for nearly three decades. After the euro, that currency-devaluation escape valve disappeared. From that point, Italy had to compete through: → Higher productivity — stagnant for nearly three decades → Meritocratic and more competitive firms — Italy remains dominated by very small firms, many passed from parents to children or through insider networks, weakening professional management, meritocracy and scale. → Stronger R&D and innovation — Italy has a smaller VC market, weaker startup ecosystem and lower innovation intensity than Europe’s leading economies → Better technology adoption — one of Italy’s biggest weaknesses is the very slow adoption of new technologies by firms → Lower bureaucracy and stronger institutions — Italy remains held back by excessive administrative complexity, slow justice, powerful lobby networks and the persistent influence of organised crime in parts of the economy → A more sustainable state — high public debt, persistent fiscal deficits, demographic decline and rising pension pressures limit Italy’s ability to invest in growth The euro did not sink Italy. It removed the ability to hide stagnation behind currency devaluation.
In Italia passiamo giornate intere a commentare retroscena, sondaggi inutili, dichiarazioni dei politici, come se la politica fosse solo un grande talk show permanente. A volte una spruzzata di spread, altre un pizzico di transizione verde da bar. Nel frattempo, tolto qualche folle solitario, ignoriamo la variabile più lenta, più prevedibile e più implacabile di tutte: la demografia. È quasi ironico: i mercati temono l’incertezza, ma sulla struttura per età di un paese l’incertezza è minima. I giovani che non abbiamo oggi non compariranno tra 20 anni, e un paese che invecchia senza ricambio lo sappiamo già, oggi, che tipo di rischio porterà domani. Una demografia sfavorevole, se non incorporata esplicitamente in ogni scelta politica, diventa un amplificatore di rischio paese. Non è solo “meno nascite” o “più anziani”: è la progressiva perdita di diversificazione dei rischi. In statistica parliamo di comonotonia quando le variabili si muovono tutte nella stessa direzione: ecco, l’Italia sta lentamente subendo questo. Meno forza lavoro significa meno crescita, meno investimenti, meno innovazione. Più anziani significa più spesa pensionistica e sanitaria, più debito, meno margini di manovra (e già ne abbiamo pochi). La fuga dei giovani qualificati riduce la produttività e il dinamismo imprenditoriale. Presi da soli, sono problemi forse gestibili; insieme, su uno sfondo demografico cupo, diventano un’unica traiettoria coerente verso l'abisso. In un paese anziano, poco dinamico e molto indebitato, gli shock non colpiscono più comparti isolati: creano una crescente dipendenza di coda. Uno shock sanitario pesa di più su una popolazione anziana e si traduce subito in più spesa, più debito, meno crescita. Uno shock finanziario si scarica su conti pubblici fragili. Uno shock energetico erode competitività e base industriale. Gli eventi estremi diventano meno rari e fanno cluster: se qualcosa va storto, tende ad andare storto tutto. La risposta politica, però, è disallineata rispetto alla durezza dei numeri. Invece di una strategia coerente e di lungo periodo, ci si rifugia in misure simboliche: bonus bebè che non cambiano le decisioni di fertilità di nessuno; qualche asilo in più, utile ma un pannicello caldo se non è parte di un disegno massiccio di conciliazione tra lavoro e famiglia (e quindi di più donne e NEET che lavorano). Nel frattempo, l’immigrazione viene trattata come emergenza o slogan, non come una leva strutturale da governare con serietà e continuità. Se parliamo di soluzioni di medio periodo, l’orizzonte dovrebbe essere almeno trentennale. Non basta incentivare le nascite, va reso meno costoso, meno rischioso e meno penalizzante avere figli in termini di carriera e reddito. Serve una politica della famiglia stabile e non ciclica, un sistema esteso e accessibile di servizi, un mercato del lavoro che non punisca maternità e paternità, pensioni sostenibili, un’immigrazione selettiva ma integrata che copra parte della forza lavoro mancante, e investimenti seri su scuola, università e formazione per formare e attrarre capitale umano. È un lavoro paziente, misurabile, che mette la demografia al centro dei modelli di bilancio, di welfare e di politica industriale, non in una nota a piè di pagina. L’Italia non rischia un futuro declino demografico, è già dentro una spirale di comonotonia. Non si tratta di se ma di come e quando la combinazione di demografia, debito, bassa crescita e fragilità istituzionale si manifesterà in termini di eventi estremi. La demografia non è una tragedia inevitabile, ma una struttura numerica che impone vincoli duri alle scelte future. Ignorarla non la rende meno vera. Semplicemente, sposta il conto in avanti, accumulando rischio. Finché continueremo a costruire politiche cieche alla struttura dinamica della popolazione, non avremo un problema di sfortuna storica, ma di matematica elementare. E la matematica, quando la si ignora per troppo tempo, presenta sempre il conto con interessi di mora.
@atm_informa Ma nella vostra app si vede la disponibilità dei parcheggi ATM? Non lo sapevo. Dove?
@atm_informa Il parcheggio di Via Alfonso Gatto oggi è aperto solo per gli abbonati?
@atm_informa Stamattina era permesso l'ingresso solo agli abbonati.
L’alleanza tra l’amministrazione Trump e la Russia è oscena. Il teatro di Mariupol che riapre sulla tomba di centinaia di donne e bambini è osceno. Come è osceno vedere in Italia forze come il Movimento 5 Stelle e testate come Il Fatto Quotidiano rilanciare sistematicamente i talking points della propaganda di Putin, normalizzandoli nel dibattito pubblico. È osceno che il premier indiano Modi condanni l’Ucraina per il presunto sorvolo di una residenza di Putin, mentre le forze russe massacrano ogni giorno civili inermi con droni e missili. Ma questi non sono episodi isolati. Sono manifestazioni diverse dello stesso fenomeno: la nascita di una nuova internazionale. Un’internazionale dell’autoritarismo. Non è un’alleanza formale e non ha un centro di comando. È una rete di cooperazione flessibile, che opera su più livelli. L’appartenenza a questa rete non dipende da una dichiarata identità autoritaria, ma dalla convergenza concreta di comportamenti, linguaggi e obiettivi. Ne fanno parte autocrazie consolidate, governi di autoritarismo competitivo — formalmente elettivi ma sostanzialmente orientati alla concentrazione del potere — partiti antisistema attivi dentro le democrazie liberali, attori economici opachi, piattaforme private come X e una galassia di media e opinion maker che ne amplifica le narrazioni. Nel nuovo post su Substack (link nel primo commento) spiego come funziona questa internazionale dell’autoritarismo, perché oggi è più potente che in passato e come punta a smantellare le democrazie dall’interno: sfruttandone l’attaccamento alle regole, la difficoltà di coordinamento e le fragilità strutturali.
🧵In questo tweet — e nella sua immediata amplificazione da parte della diplomazia del Cremlino — c’è, in miniatura, il nuovo ordine mondiale che da gennaio prende forma sotto i nostri occhi. A parlare non sono commentatori qualsiasi, ma il Segretario di Stato degli Stati Uniti e il capo del fondo sovrano russo, oggi principale emissario del Cremlino sulla guerra in Ucraina. In due messaggi apparentemente ordinari si condensa una frattura profonda tra le forze che hanno dato vita all’Alleanza Atlantica — e, allo stesso tempo, la saldatura inquietante tra poteri che accusano l’Europa di autoritarismo mentre lavorano attivamente alla demolizione delle democrazie liberali. Il bersaglio dell'interazione è l’Unione Europea che, con tutti i suoi limiti, le sue lentezze e la sua esasperante cautela, tenta di difendersi dallo strapotere delle piattaforme digitali usando gli strumenti dello Stato di diritto. Regole minime, imperfette, spesso timide, per ridurre pratiche che consentono a X di manipolare il dibattito pubblico e interferire con il funzionamento delle democrazie. Da un lato c’è il Segretario di Stato americano che etichetta questa autodifesa come “censura” e promette rappresaglie. Lo stesso rappresentante di un’amministrazione che negli Stati Uniti sta normalizzando l’intimidazione degli oppositori, la delegittimazione delle istituzioni e la politicizzazione della giustizia. Un’amministrazione che non difende la libertà di parola, ma la brandisce come arma per smantellare la democrazia dall’interno. Dall’altro c’è il nuovo alleato di questa America: la Russia. Qui rappresentata da Kirill Dmitriev, capo del fondo sovrano russo e negoziatore di Putin, che rilancia parola per parola — basta scorrere la sua timeline — la narrazione MAGA: l’Europa come spazio di censura, come luogo non democratico. Dmitriev scrive quei tweet usando una VPN. Perché in Russia X è vietato. Come Facebook, Instagram, Roblox, molte funzionalità di Google e altri strumenti fondamentali per informarsi. È così che funzionano le dittature: non regolano il dibattito pubblico come fa l'Europa, lo cancellano. Un rappresentante di uno Stato che censura sistematicamente i propri cittadini ed elimina fisicamente giornalisti e oppositori, la Russia, accusa l’Europa di censura perché prova — maldestramente, insufficientemente — a difendere la propria sfera democratica. Un regime autoritario nascente, quello americano, che accusa di autoritarismo l’ultima grande area del mondo che tenta ancora di proteggere regole, diritti e pluralismo. In questo teatrino osceno, il negoziatore del Cremlino ricorre all’armamentario classico della destra populista europea: “Ursula Pfizer”, un nomignolo che riassume in sé la retorica antivaccinista, l’odio per la scienza, la saldatura tra complottismo sanitario e autoritarismo politico. Rubio, la Russia e l’oligarchia di Trump attaccano le regole europee proprio perché quelle regole servono a una cosa precisa: preservare la trasparenza del dibattito pubblico, difendere la libertà di informazione e di espressione e impedire che l’autoritarismo metta radici nel nostro continente. Non è censura, è fin troppo timida autodifesa. Nel post che trovate linkato nei commenti ho provato a chiarire perché l’amministrazione americana e la Russia accusano l’Europa di censura, e perché quella europea è tutto fuorché censura: è difesa, fin troppo timida, della democrazia.
Il Governo sta mettendo a rischio la riforma Fornero. L'unica riforma strutturale fatta in Ita negli ultimi 30 anni per invertire il declino economico. wsj.com/opinion/italy-… via @WSJopinion
Accusare di voler creare problemi al governo una missione umanitaria navale che sta facendo quello che il governo - stando con lo sterminatore Netanyahu - non fa: portare aiuti al popolo martoriato di #Gaza. Che vergogna, presidente Meloni. La medaglia della disumanità è sua.
@jacopo_iacoboni Anche l'Occidente, purtroppo!
Se BCE interviene più decisa (tanto inflazione è scesa ancora) facciamo deprezzare € fino alla parità col dollaro e i dazi sono compensati
La Corea del Sud, per esempio, non ha affatto dazi del 50% verso i prodotti USA, ma ha un surplus di beni materiali verso gli USA che vale la metà del suo export. In pratica Trump impone dazi proporzionati alla dipendenza dai consumi americani di ogni economia. Chiede il pizzo.
carlo ferrari @GFerrari1968
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Bruno AB @Mygrandidee
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Dietro la politica @dietrolapolitic
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libero parsifran ⚪�... @xfrancesco60pf
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Marco Zotto @evalena05
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Mario Tozzi ⛏ @OfficialTozzi
40K Followers 193 Following Profilo ufficiale di Mario Tozzi (@mariotozziofficial su FB e IG) Geologo e divulgatore scientifico. Su @RaiTre con #Sapiens, un solo pianeta.






















